In casa. Così ho passato il mio venerdì sera, seduto sul divano tra miss Stanchezza e zia Stress. Ho bivaccato fino a mezzanotte circa, poi ho ammollato un film a caso. La classe operaia va in Paradiso di Elio Petri, 1972.
Lulù Massa (Gian Maria Volonté), operaio modello in una grande industria del nord, si infortuna sul lavoro e perde un dito. Da leccaculo e gran lavoratore cottimista lentamente cambia, abbracciando la linea dei sindacalisti e le proteste (“meno lavoro, più soldi!”) dei comunisti. Assisterà, inerme, al disfacimento di quanto aveva costruito – nel bene e nel male – fino ad allora.
Volonté si carica in spalla l’intera sceneggiatura entrando praticamente in tutte le scene. Il risultato è un personaggio memorabile e una riflessione che va oltre ogni intenzione sociologica.
In questo film Petri ci butta dentro tutto: vita in fabbrica, sindacati, comunisti, uomini di potere, la (disgregazione della) famiglia, solitudine e ideali, pazzia e utopia. Niente è trattato direttamente, tutto scorre nelle vicende bizzarre, drammatiche e divertenti di Lulù Massa: non c’è morale, Petri preferisce mostrare i fatti mettendo tutti in ridicolo eppure prendendo tutti sul serio.
Un gran calderone dal quale esce un dato di fatto: operaio modello o contestatore in prima linea, marito o puttaniere, disoccupato o lavoratore, Lulù Massa non è mai felice; a cui fa seguito una domanda: dove sta la felicità? Non nella riuscita o nel fallimento, non nel rispetto delle regole né nella rivolta, sembra dirci Elio Petri.
Insomma, per cosa è fatto l’uomo?
Bella domanda per un venerdì notte.